lunedì 5 giugno 2017

L'UOMO NELLO SPECCHIO



1
Luglio 2007

Il suono era fastidioso ma ci stava facendo l’abitudine. Non era la prima volta che si addormentava con quell’eco minacciosa. Sapeva cos’era: il suo respiro mancato, ridondante, che tentava in ogni modo di sopravvivere.
Il pacchetto di sigarette lo guardava dall’angolo del letto, accanto ai jeans stropicciati. Il polpaccio segnato dai lividi tremolava di tanto in tanto, degli scatti forse nervosi, forse dei richiami a un riposo che non avrebbe mai trovato.
Avrebbe voluto prenderne un’altra, accenderla e fissare il vuoto, oppure chiudere gli occhi e lasciarsi cullare dal bruciore diluito nei bronchi. E poi avrebbe sognato la fine. Era facile creare, per lui.
La fine sarebbe sopraggiunta dopo l’addormentamento. Come in un sogno: il polso avrebbe ceduto, le dita avrebbero accompagnato la cannula di carta verso il lenzuolo sporco di sangue, la brace in fase di decomposizione avrebbe sfiorato il tessuto bluastro annerito dalla cenere e dai grumi di sangue che erano fuoriusciti dal naso e dalla bocca. E poi il fuoco: un incendio, il più maestoso. L’alcol nel suo corpo gli avrebbe impedito di svegliarsi in tempo. Sì, sarebbe stato come un sogno: bruciare vivo, avido di vita e di morte insieme. Se ne sarebbe andato senza quelle odiose sofferenze piatte e nel modo più spettacolare.
Sarebbe stato il suo harakiri. Il suo grido d’addio. La sua rabbia innalzata ai cieli. Il suo disgraziato e accorato bisogno di gridare oscenità al mondo.
Una fine, buona o cattiva che fosse: ecco ciò che desiderava. Ma non la ottenne quella notte.
Quella notte finì per addormentarsi come un bambino, in posizione fetale.
Come un uomo normale.
Come chi conosce la sofferenza solo perché ne legge un resoconto poeticizzato in un libro.

*

Come chi è condannato a risvegliarsi l’indomani nella stessa situazione. Nella stessa merda, per citare il titolo di quel libro, una raccolta di racconti che era riuscito a pubblicare con una piccola casa editrice torinese. Niente di sofisticato, in testa aveva ben altre idee ma quel piccolo libricino di appena centoundici pagine era stato il suo biglietto da visita per quasi tre anni. In quel lasso di tempo, però, non era riuscito a fare il grande salto. E se si guardava allo specchio rintracciava il colpevole di quella débacle. Era soltanto lui, sempre e ancora lui.
Con i palmi delle mani poggiati sul bordo del lavandino, le dita strette per non rischiare di cadere a terra su suggerimento dei tremori e delle vertigini dovute al risveglio fin troppo naturale, iniziò a mescolare la lingua nella bocca, a far risalire un po’ di saliva. Poi, senza neppure provare disprezzo, solo con quel pizzico di rabbia che vien fuori quando si è delusi da qualcuno… sputò dritto contro lo specchio.
Contro il suo aguzzino, il suo mentore e il suo traditore: contro se stesso.
Afferrò la lametta con la destra, con la sinistra iniziò a carezzarsi il volto. I capelli lunghi e la barba di sei giorni gli donavano un’aura maledetta. Da scrittore. Da condannato. Iniziò a passare la lametta sulle guance senza l’ausilio della schiuma da barba. Si graffiò diverse volte. Un rivolo di sangue schizzò all’ingiù quando passò sul mento sporgente. Pian piano, a ogni passaggio, svelava un altro lineamento di sé, un altro segreto che era stato precedentemente nascosto da quelle sembianze ricercate.
Toccò alle forbici: iniziò ad accorciare i capelli, tagliò diverse ciocche, poi tornò alla lametta. Non l’aveva mai usata così. iniziò dalla fronte e proseguì all’indietro, quasi raschiando sulla pelle vergine. Ebbe paura, ancora una volta il timore prese il sopravvento. Gli accadeva spesso in quei giorni. Troppo spesso. Lasciò la lametta e tornò in camera. Iniziò a cercare il rasoio elettrico fra i cento e più oggetti abbandonati in quella casa in disordine, strumenti per una vita normale che non utilizzava mai. Lo trovò, tornò in bagno e iniziò un lavoro più preciso – e facile – per svelare finalmente se stesso a quel dannato specchio.
Cinque minuti dopo, col torace ricoperto di capelli, era finalmente nudo. Aveva superato i trent’anni, eppure senza barba e coi capelli corti ne dimostrava appena venti. Era quella la sua nudità, il suo essere anormale. Un’altra cosa fra le tante. Un altro scherzo del destino.
Chi l’avrebbe mai detto? Quel viso ingenuo, a tratti arrotondato, con il mento molle e gli occhi grandi, evidenti come quelli di un cucciolo di cane, apparteneva a uno scrittore maledetto.
Sorrise, un po’ forzatamente, per accogliersi fino in fondo. Per non cadere un’altra volta nella tentazione della fuga.
«Stavolta non scappo» dichiarò ad alta voce. «Oggi non ti darò questa soddisfazione».
Passò le dita sullo specchio, tentando quasi di incidere sul vetro la propria determinazione.
«Ti ucciderò, se necessario».

*

La sedia del bar scricchiolava e lo faceva ondeggiare. A quel movimento lieve e ripetitivo, un ritmo che poteva scegliere da sé, non aveva saputo resistere. Era entrato nel giro di pochi secondi in una sorta di transfert, una conciliazione con la vita, un’osservazione platonica della propria miseria. Ben diversa, come sensazione, dall’affogare nell’alcol cinque volte al giorno. A metà strada, forse, fra i bicchieri di whisky e le quaranta sigarette che si accendeva ogni giorno.
Era alla quinta. Il caffè profumava l’aria di una giornata che, pur con il sole allargato in un cielo azzurro, aveva qualcosa di biancastro e di sporco.
Infilò una mano nella tasca interna della giacca – una giacca logora, di colore grigio, sportiva e leggera – e ne tirò fuori un foglio bianco ripiegato.
E riuscì perfino a sorridere.
Con le dita incrociate intorno al filtro della sigaretta dispiegò il foglio. Era incredibile la mole di informazioni preziose che poteva racchiudere un singolo foglio ripiegato. Là sopra, su una sola facciata, c’era il materiale necessario a tirar su il suo nuovo romanzo. In alto, a caratteri ricamati in cubitale, c’era il titolo: L’uomo nello specchio. Appena sotto, il nome dell’autore: Paul Auster. Era da un po’ che nelle bozze preliminari dei suoi lavori appuntava quel nome. Soltanto alla fine l’avrebbe cancellato per inserire il proprio. Paul Auster era lo scrittore preferito da Beatrice. Non di rado lei lo chiamava, anche nei momenti di intimità, semplicemente “Paul”.
La barista gli si avvicinò. La conosceva bene, una ragazzotta bionda con la pancia e i seni in fuori. Solare, gli occhi verdi e il sorriso mai esagerato. Lui non conosceva il suo nome e lei lo chiamava semplicemente…
«Vuoi un bicchiere d’acqua, Paul?»
Lui tornò alla realtà, distaccandosi a fatica da quel foglio scarabocchiato. «Ti ringrazio».
La barista tolse il caffè consumato e raccolse il saldo del conto. Lanciò un’occhiata al foglio e chiese: «È il tuo nuovo libro?»
«Forse». Non sembrava convinto. Il suo tono di voce non era mai quello di una persona determinata; non era mai il ruggito di chi fa sul serio. «Sono solo idee».
«Ah». La barista si distaccò dal tavolo e sospirò: «Il titolo non è male».
Fu allora che, per la prima volta da quando si era svegliato, Paul provò quel senso di disprezzo per l’umanità – e per se stesso – che lo avvinghiava alla gola con una ferocia inaudita. Chissà perché, aveva dato per scontato che la barista non poteva conoscere la lingua inglese. Un lavoro troppo umile? Sicuramente era un lavoro migliore del suo; era senz’altro più intelligente di lui, visto che non sembrava affatto un’alcolizzata. Ed era gentile molto, molto più di lui. Eppure quel mostro che gli abitava dentro non era riuscito a restare calmo, aveva dovuto sputar fuori il disprezzo per il mondo e il suo falso senso di superiorità.
«Una birra» le disse alzando la mano, quasi con la paura di non essere udito.
«Ti porto una birra?» chiese la barista.
«Sì, una birra».
Era l’ora di punirsi. Era meglio farlo subito. Accecare il mostro e provare a essere una persona normale. Non doveva dargli tempo di respirare, non poteva concedergli scampo. Sapeva che alla fine ne sarebbe rimasto uno solo: o lui o il mostro.
Aveva un sogno che snocciolava ogni santo giorno a occhi aperti: camminare al buio di fronte allo specchio, accendere una piccola abatjour che neppure possedeva, ma che trovava solo in quella dimensione di pace e di rivalsa, e scoprire che nello specchio non c’era nessuno.
Era questa la trama di L’uomo nello specchio.
E della sua vita.


2
Febbraio 2008

Trecentonovanta pagine. All’incirca. Se proprio avesse voluto “tagliare” – e non era abituato a farlo – sarebbero potute diventare trecentosettanta. Poteva eliminare la parte in cui l’uomo nello specchio si ubriacava di fronte a Paul, giusto per non parlare di alcol in ogni capitolo.
Ma il discorso non cambiava, il problema restava lampante.
«Troppo lungo» dichiarò con prepotenza l’editor della casa editrice. «Tesoro, se mi portavi duecento pagine di merda sarebbe stato meglio. Un libro così lungo non ha spazio nella nostra casa editrice. E neppure nelle altre. Non oggi. Non con te».
Si era rassegnato quasi subito. Aveva speso solo sei secondi a maledire la donna e se stesso. Poi aveva iniziato a guardarla. Al di là della gonna si intuiva un ventre leggermente gonfio. Era incinta? Forse no, forse era solo un ventre fertile e abbondante. In ogni caso era piacevole guardare come il maglioncino verde petrolio si insinuava ripiegato sotto la gonna nera. Lasciò andare gli occhi al di sotto del velo della gonna per guardarle meglio le cosce. Si intuivano soltanto e le calze bianche velavano le ginocchia in un modo delizioso.
«Però… potresti rivedere la parte centrale» suggerì la signorina Elena Borghi. Che fosse una “signorina” lo aveva saputo per sbaglio dall’editore. Che andasse a letto con l’editore, invece, gliel’aveva suggerito l’uomo nello specchio. «Il libro è pieno di monologhi. Ai lettori piace l’introspezione, ma… tu hai esagerato. Io stessa ho faticato in alcuni passaggi. È scritto bene, per carità. Ma…»
Aveva due gambe perfette. Accavallate in un modo elegante. Le caviglie erano cinte dai laccetti di un paio di scarpe nere con un tacco a spillo. Tornò in alto con lo sguardo: prima ripassò sul ventre in evidenza, poi raggiunse i seni – non molto grandi ma piacevolmente sporgenti – e infine lungo il collo alto del maglioncino. Il viso era delicato, le labbra dipinte di rosso, gonfie, morbide. E gli occhi parevano voler suggerire una costante innocenza che perdeva di credibilità mescolata al suo profumo intenso e a quelle strane storie che il mostro dello specchio gli aveva suggerito, quelle in cui lei si faceva scopare dall’editore e dai suoi scrittori, fra una pubblicazione e l’altra.
«Paul? Mi ascolti?»
«Sì, certo» sbuffò annoiato.
«Anche questa storia dello pseudonimo… Non capisco perché tu non voglia usare il tuo vero nome».
«Non intendo farmi chiamare Paul Auster, questo è chiaro».
«E ci mancherebbe! Ma nel tuo libro precedente hai comunque usato uno pseudonimo. E, permettimi, era uno pseudonimo di merda. Paul Samaritan, se non ricordo male».
Quel linguaggio per nulla forbito, o meglio, quella forma di comunicazione colta che si alternava spontaneamente a parole così povere e volgari, lo mettevano a disagio. Non la capiva. Aveva bisogno di mettere dei punti fermi su di lei: era una signorina rozza, o una donna raffinata? Valeva di più il suo ginocchio velato o la forma del suo viso incastrato nel collo verde del maglione? E quel profumo? Cosa doveva trarre da quella fragranza in pieno contrasto con i suoi occhi da bambina? Una voglia di trasgredire? O un incontrollabile istinto di sedurre il prossimo con i mezzi della natura?
«Non mi sembri interessato» sorrise Elena. «Non è un problema mio. In ogni caso, così stanti le cose, il tuo libro non uscirà mai».
«Lo rivedrò» disse Paul quasi strappandole il manoscritto dalle mani. «Ho un mese di tempo, no?»
L’editor si lasciò andare sullo schienale della sedia, ancora con quel sorriso disilluso. «Mi fai cadere le braccia. Ti abbiamo dato più di un anno per scriverlo…»
«Ho affrontato molte difficoltà in questi ultimi mesi».
«Suvvia, non fare il ragazzino» ridacchiò lei. «Le tue scuse sono banali, come quelle dell’uomo di fronte allo specchio».
Paul sorrise di gusto. «Allora c’è qualcosa di questo romanzo che ti è rimasto impresso…»
«Non basto io» precisò Elena. Il suo sorriso si stava trasformando. Sembrava quasi intimidita, o imbarazzata, da quelle nuove, confidenziali espressioni dello scrittore. «I lettori sono un’altra cosa. La massa è un’altra cosa».
«E la guerra in Afghanistan è un’altra cosa ancora» sospirò Paul accendendosi una sigaretta.
«Vedi? È questo il tuo problema: sei incostante. E perso in un’ironia che non fa ridere nessuno».
In effetti Elena Borghi aveva perso ogni somiglianza con quella pagliaccia sorridente e un po’ puttana che si era seduta al bar un quarto d’ora prima.
«Lavorerò anche su questo» annuì Paul con poca convinzione. «E troverò un altro pseudonimo».
«Lo spero. Ma hai tanto lavoro da fare».
La donna si alzò dal tavolino ignorando il manoscritto che Paul aveva ripreso gelosamente con sé. Mentre si allontanava, lui riuscì a darle un’altra occhiata, stavolta da dietro: le movenze sicure di quel fondoschiena suggerivano più che mai un legame sessuale con qualcuno. Un legame forse privo di aspetti sentimentali.
È solo quando siamo liberi dai sentimenti per gli altri che siamo pronti ad amare noi stessi.
Passò il polpastrello su quella frase incisa dalla stampante sulla sesta pagina del manoscritto.
I consigli dell’uomo nello specchio, in fondo, non erano poi così malvagi.

*

Il cambiamento è un’arma a doppio taglio. Ci hai mai pensato? Ti trasformi in qualcosa che ancora non conosci. Affronti i tuoi doppi sensi e le tue ferite nascoste, rischiando costantemente di crearti nuovi nemici e nuove prede pericolose per i tuoi occhi. È una minaccia costante, questo tuo bisogno di cambiare e di piacere agli altri. Ti rende schiavo dei tuoi desideri. Sei stato partorito una volta sola e questo non potrà cambiare. Perché dunque t’illudi, ogni maledetto giorno della tua vita, di poter creare qualcosa di lontanamente paragonabile alla natura?
Quello che diventerai non ti piacerà abbastanza. Ti farà sentire allarmato. Il tuo cuore palpiterà come di fronte alla prima cotta adolescenziale. E sai bene come vanno le prime volte. Sai cosa ti riserverà la novità: solo una nuova variante del gusto della sconfitta.
Sei sicuro di volerti aggirare di notte…
«Sei sicuro di volerti aggirare di notte bendato e con la fame che ti spolpa la lingua?»
Aprì gli occhi di colpo. Era sudato. Sentiva il cuore pompargli in su, verso la gola. Il respiro gli mancava. Si guardò intorno. Il buio era feroce. La mano gli bruciava come se fosse passata sotto un treno a rilento sui binari di una stazione.
Dov’era? Non avrebbe saputo dirlo. Un albergo, forse? O s’era addormentato sul divano di un pub?
Con la mano sinistra – quella che non gli faceva male – si spostò ai bordi di quello che probabilmente era un letto. Arrivò fino al comodino e accese l’abatjour.
Nella mano destra vide la sigaretta: ripiegata, la punta con la brace ormai spenta si era incastrata nel palmo.
C’era andato così vicino, così maledettamente vicino che gli venne quasi da piangere per quella gioia troncata a metà. E poi la beffa: si era bruciato la mano. In quelle condizioni avrebbe faticato a scrivere. Non soltanto era ancora vivo, ma stava peggio di prima.
Aveva ormai ripreso del tutto coscienza delle cose. Era stata una voce a svegliarlo. Era convinto provenisse dal bagno. Era là che il mostro gli parlava. Amava saltar fuori nel cuore della notte, con pacatezza, irreprensibile come solo un fantasma sa essere. Altre volte, in verità, non era così pacato. Era come lui: istintivo, folle, crudele.
Paul si alzò dal letto, la mano ancora incollata alla sigaretta accartocciata. A passi lenti raggiunse il bagno. Sognò ancora quella abatjour da accendere accanto allo specchio. Ma non c’era. La sola luce era quella che proveniva dalla camera da letto. Fu indeciso se accendere o meno la luce in bagno. Alla fine scelse di non farlo. Ancor più lentamente si posizionò di fronte allo specchio guardando altrove: nel lavandino, fra le croste di sangue, fra gli sputi e la sporcizia di mani lavate troppe volte: i suoi tentativi di redenzioni non avevano fatto altro che sporcarlo di più nel profondo.
Poi alzò la testa e lo vide: l’uomo nello specchio.
Era seduto sul bordo della vasca. A occhi bassi fumava una sigaretta. Teneva il suo sguardo altrove, non per paura ma per presunzione. Non aveva bisogno di guardare quel piccolo uomo che, dall’altra parte, se ne stava con le mani poggiate al lavandino per spiarlo.
Paul iniziò a tremare. La pressione gli stava calando per essersi alzato dal letto con tanta fretta. Aprì la bocca e sbiascicò: «Mi fai ridere».
Allora l’uomo nello specchiò alzò gli occhi verso di lui. Sorrise con lentezza, con debolezza. «Hai poco da ridere».
Restarono a guardarsi per un po’, come due complici in un sogno, come due attori di un film muto con una musica al pianoforte gracchiante a far loro da compagnia.
«Hai intenzione di modificare il libro?» gli chiese l’uomo nello specchio.
Paul alzò le sopracciglia e, con apparente convinzione, annuendo con la testa, iniziò a sussultare di voce: «Lo farò. Lo farò».
L’uomo nello specchio scosse la testa, aspirò la sigaretta e in una risatina soggiunse: «Tu credi di poterlo fare?»
«Oh, sì. Stanne pur certo!»
«Nah…» L’uomo nello specchio continuava a scuotere la testa e a fumare. «Non puoi».
«Se è l’unico modo che ho per rovinarti… lo farò».
«Non ne saresti capace. Da quanto ci stai lavorando?»
«Da un anno e mezzo. Ormai ti conosco. So come gestirti e come raccontarti».
«Ma allora…» L’uomo nello specchio alzò la testa verso il soffitto e dall’alto in basso guardò Paul. «Per quale ragione non tocchi il manoscritto da più un mese? Ne è passato di tempo da quando la… signorina… Elena Borghi ha rifiutato la tua storia. Eppure… non hai ancora cambiato una sola virgola a quel cazzo di manoscritto».
«Non… è passato così tanto tempo» balbettò Paul.
«Oh, sì invece» annuì l’uomo nello specchio. «Non te ne sei accorto? Non posso fartene una colpa. Del resto le tue giornate sono così uguali, così… contrariate. E inutili». Si alzò in piedi e andò accanto a Paul. Avvicinò le labbra al suo orecchio per sussurrargli: «E il tuo contrario sono io, Paul. Ogni giorno che passi in queste condizioni, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo di debolezza è un atto di concessione che fai a me. Finirai per perdere tutto. Niente ti resterà di quello che sei…»

*

«Io ti ucciderò» disse Paul con voce tremante. Le labbra sembravano voler svolazzare da una parte all’altra dello specchio. «Ti strapperò da questo specchio e ti farò rimpiangere di essere nato».
«Allora sarai tu a piangere» dichiarò l’uomo nello specchio.
«Forse piangeremo entrambi. Ma saranno le lacrime più dolci della mia vita».
Alzò le dita dalla tastiera.
Sì, poteva andare. Aveva tolto ben dieci pagine di quel dialogo fra loro. Aveva accorciato i tempi. In un certo senso aveva aiutato il suo personaggio a dialogare con l’uomo nello specchio. Aveva facilitato quel compito così arduo. Il tormento delle pagine successive era saltato: Paul aveva risposto a modo a quel mostro che lo tormentava.
«Il pianto più bello…» sussurrò fra sé.
Il suo sogno più bello.


3
Agosto 2008

«Un whisky».
«Liscio?» Il barista era rimasto disorientato da quella richiesta. «Nel caffè?»
«Un whisky. Un… whisky…»
Il ragazzino annuì e tirò fuori un bel bicchiere trasparente, alto e pieno di voglie.
Paul guardò il ragazzo con aria grata. Era disorientato anche lui di fronte a quella novità: non conosceva il bar, un localino di lusso niente male.
Era là che la “signorina” voleva incontrarlo per parlare della nuova versione del manoscritto. L’uomo nello specchio poteva contare duecentodieci pagine. La lunghezza ideale, una composizione sapiente e aggressiva. Ed era ancora la sua storia.
Le mani di Paul tremavano. L’astinenza mattutina dall’alcol si stava facendo sentire ancora di più per via di tutta quell’ansia che l’ultimo messaggio di Elena Borghi aveva trasudato. Sarebbe stata la resa dei conti, il passaggio decisivo: dentro o fuori, vittoria o sconfitta. La bandiera si sarebbe alzata per decretare chi, fra Paul Auster e l’uomo nello specchio, sarebbe uscito trionfante da quella lotta al cherosene.
«Ecco». Il barista gli porse il bicchiere con il whisky. «Vuoi qualcosa da mangiare?»
In un’altra situazione, Paul avrebbe volentieri preso il barista per il colletto della camicia troppo larga e gli avrebbe spiegato, a parole concise – figlie di quell’editing forzato che tanto lo aveva arricchito dal punto di vista della comunicazione – che lui non voleva mangiare; che era soltanto un alcolizzato; che, al limite, si sarebbe volentieri acceso una sigaretta all’interno di quel locale tanto pietoso per quanto era luccicante.
Ma non era un’altra situazione: era il suo giro finale di ruota.
«Niente, grazie» sospirò mantenendo la calma.
Bevve il whisky d’un fiato. Poi uscì fuori, nel freddo pungente di quella strana mattinata di tre quarti d’estate. Si infilò una sigaretta in bocca e si guardò intorno: di Elena Borghi ancora nessuna traccia. Non la vedeva da febbraio. La prima volta che si erano incontrati, la donna gli aveva trasmesso sensazioni fisicamente piacevoli. Ancora una volta pensò a come sarebbe potuta essere quella giornata se le circostanze fossero state differenti. Probabilmente sarebbe stato ansioso di scrutare l’abbigliamento della donna, il suo corpo svelato dall’estate. Ma in quel momento avvertiva una forte nausea al solo pensiero di una donna.
L’idea di Elena, poi, lo portò a Beatrice.
La loro frequentazione era andava avanti per un anno. In fondo era poco tempo, se ragionava in termini più ampi, sulle cose, sulle persone… ma era stato un periodo sufficiente: era rimasto legato a lei da un profondo senso del dovere, da un’impressione che ben si piegava intorno alla sua forma umana. Beatrice era stata dolce laddove lui si era mostrato scostante; forte dove lui esitava; empatica quando lui si inaspriva.
«Può un anno di vita con una persona ammorbare un’esistenza semplice, se non nulla?» gli chiese il mostro.
Paul esitò. E ancora una volta ebbe bisogno della sua compagna di vita, della sua metà infallibile: perfetta nella sua imperfezione, consolatoria nella sua disillusione.
Amava quel nuovo passaggio. Lo aveva costruito in un momento di lucidità dolorosa, una di quelle condizioni in cui avvertiva la benignità della vita: quando la sofferenza lo avvinghiava senza fargli davvero male; quando il “male”, inteso come atmosfera, come aria sparsa per il mondo, non gli appariva più così determinante. Era allora che perdeva ogni certezza. Perché sarebbe stato più facile accettare il male nel suo completo divenire, come un drappo nero che copriva ogni cosa. Magari un telo inchiodato sul palcoscenico. Tutt’uno col legno d’ebano della scena. Comprendere, o intuire soltanto, che avrebbe potuto spostare quel drappo e rivelare qualcos’altro, a cominciare dalla sua capacità di essere felice, era un compito più arduo. A tratti più doloroso del dolore, perché richiedeva l’impegno.
Il prezzo da pagare per la lucidità era l’incapacità di arrendersi.
Beatrice si era allontanata da Paul. L’uomo nello specchio gli aveva suggerito di non inseguirla, di lasciarla andare per la sua strada: un percorso che lui – o “loro”, come amava definirsi il mostro riflesso – avrebbero intrapreso più tardi in un miscuglio di odio e vendetta. Era la sola via di scampo: l’immaginazione crudele, il pensiero di una rivalsa.
Mentre era immerso in questi pensieri dai tratti rassicuranti, Paul notò una figura femminile all’angolo della strada. Era appena scesa da una macchina nera. Al volante c’era un uomo elegante. Non era di certo un autista. Forse era il suo compagno, un fidanzato, un altro amante, un marito… No, non poteva essere suo marito. Forse era uno scrittore, uno di quelli “fortunati”. Magari aveva appena firmato il suo contratto con uno schizzo di sperma.
«Elena non ha marito. Elena è uno spirito libero. Elena è un demone del sesso». L’uomo nello specchio esplose in una risata di fiamme e concluse: «Tu potresti essere il prossimo».
Quando Elena lo raggiunse, Paul sorrise timidamente.
«Tu sei pazzo» disse seria la donna.
Soltanto allora, dopo aver digerito quella reazione, e aver capito che le conseguenze del suo gesto – parlare di lei, scrivere di lei in quella nuova versione del manoscritto – sarebbero potute essere deleterie per la sua carriera di scrittore, Paul si rilassò, e iniziò a scrutare la versione estiva di Elena Borghi: tailleur biancastro, color latte o color sperma, d’un tessuto talmente leggero che sarebbe stato possibile lacerarlo con il respiro; gambe lisce allacciate a un paio di scarpe in tono col vestito, semplici, quasi lucenti al sole, alte. I capelli, legati in uno chignon, lasciavano libere le tempie, le orecchie e il collo.
E quegli occhi…
«Il male parla attraverso gli occhi della gente» ghignò l’uomo nello specchio. «Vuoi ancora dare ascolto al tuo nemico?»
Paul si morse le dita, con una forza rabbiosa, fin quasi a strapparsi le falangi. D’istinto si spinse in avanti oltre il lavandino e tirò un pugno fracassando lo specchio e spargendo il proprio sangue nel lavandino.
«Allora? Non hai nulla da dire?» fu l’inquisizione di Elena.
«Era… solo un’idea» rispose Paul.
«No, bello mio, tu non hai idee. Tu hai delle trovate geniali, cazzo». Era vero? Lo aveva detto sul serio? Il sorriso che le si allargò sul volto fu incredibile. «È la volta buona, Paul. È sufficiente una mia parola, una soltanto, e il libro sarà fuori nel giro di due mesi».
Fu la prima, forse unica volta nel suo ultimo anno di vita, che Paul ebbe l’istinto di ridere: un bisogno, una vocazione incontrollabile.
«Non è uno scherzo?» chiese con la voce rotta dall’emozione.
«No, tesoro. A questo giro mi hai fulminata! E bravo il nostro scrittore maledetto…»

*

Era il sesto giro di whisky. Aveva finto per quasi due ore di ascoltare i discorsi ambiziosi di Elena. E nel frattempo… l’aveva fatta ubriacare. La situazione gli stava sfuggendo di mano. Era consapevole dei rischi ma non gli importava. L’entusiasmo della donna di fronte alla nuova versione del suo romanzo era più afrodisiaco di qualunque parte del corpo la sua editor poteva mettere in mostra.
«È tardi» sbiascicò la donna.
«Non puoi tornare a casa da sola» le disse Paul.
«No, no. Ho un amico che… mi passerà a prendere» sbadigliò lei.
Paul lanciò un’occhiata al barista. Aveva bisogno di un complice. Poteva risolvere ogni cosa all’interno del locale. Non c’era bisogno di portarsela a casa.
«C’è qualcuno che vuole regalarti un po’ di fortuna e tu sprechi l’occasione della tua vita per… un po’ di sesso?» mormorò una voce da qualche parte nella saletta dov’erano rimasti solo loro due.
Paul si guardò intorno. Non era stato il barista a parlare. No, c’era qualcun altro nella sala, qualcuno che non poteva vedere. E gli venne in mente solo una persona abituata a fare quel genere di comparsate ridicole e provocatorie. A un paio di metri dal divano dov’era seduto c’era un vetro lucidato da poco. E là, fra il suo riflesso e quello di Elena, c’era lui.
L’uomo nello specchio li fissava, quasi sdraiato sul divano, una sigaretta accesa fra i denti e il sorriso di chi non ha più alcuna speranza.
«È una mia responsabilità» disse deciso Paul rivolto all’uomo nello specchio.
«Hai detto qualcosa?» mugolò Elena mezza assopita.
«No». Paul si guardò intorno. Dalla saletta si poteva scorgere soltanto il giovane barista. Non c’era nessun altro. Poteva farlo anche là, non aveva bisogno di trascinarla altrove. Doveva farlo. «Senti, sto per toglierti i vestiti».
«Che cosa?» ridacchiò la donna. «Non dire stronzate, Paul. E portami via di qua. Devo aspettare la mia macchina».
Paul si guardava attorno con ansia crescente. Forse non aveva il coraggio di farlo. Forse non ci aveva mai neppure veramente pensato. Lanciò un’altra occhiata nello specchio. Il suo nemico lo fissava.
«Non è il genere di cose che far per te» disse l’uomo nello specchio. «È il caso di lasciar fare a me. Ancora una volta».
Paul iniziò a scuotere la testa. «No, non posso. È… roba mia».
«Stai parlando da solo?» chiese irritata Elena.
L’uomo nello specchio le allungò una mano verso la bocca, la schiacciò, la spinse contro il divano facendola sdraiare. La donna riuscì a tirar fuori soltanto versi confusi. Lui le allargò le gambe e si insinuò fra esse di peso. I mugolii di Elena furono il suo accompagnamento, il suono dell’orchestra.
Paul poteva soltanto guardare, paralizzato sul suo angolo di divano, nel suo piccolo ripostiglio da cui sbirciava il mondo. Da là si era abituato a scrutare anche se stesso mentre realizzava i suoi sogni. Persino quel dannato manoscritto non era stata interamente opera sua. L’uomo nello specchio gli aveva suggerito le modifiche, si era immolato – o aveva finto di sacrificarsi – per permettergli di entrare nelle corde dell’editor. L’idea poi di parlare di lei, di volgarizzarla, di spremerla in quanto donna e in quanto idea, era venuta proprio da quell’ombra celata dal riflesso.
Elena Borghi non poté fare nulla per evitare lo stupro. E neppure Paul, il quale non si sarebbe mai opposto all’uomo nello specchio. Perché lo sapeva: lui era più forte, era quello vincente, era quello che non aveva mai paura. Era il suo vaporizzatore di paure, il suo obliteratore di sogni.
L’uomo nello specchio era ciò che Paul non sarebbe mai diventato per una questione di dettagli.
«È ora di guardarsi intorno» disse il mostro, ancora addosso al corpo della donna, ancora pronto a violarla.
Paul si voltò e vide il barista, fermo all’ingresso della saletta. Era uscito fuori dal suo bancone e reggeva un coltello. Tremava, il ragazzino, come avrebbe tremato Paul se si fosse azzardato a credere anche solo per un istante di poter violentare una donna.
L’uomo nello specchio iniziò a colpire Elena Borghi allo stomaco fino a farle sputare sangue. Furono colpi talmente violenti che Paul impallidì. Era troppo anche per i suoi occhi. Si alzò e andò verso il barista. I due si guardarono, il coltello che oscillava fra quelle dita giovani e incerte.
«Ho bisogno di aiuto» imprecò Paul. «Non si fermerà».
Il barista lo guardò incredulo. Avanzò verso di lui e provò a tirare un fendente, mancando Paul miseramente.
«Non sono stato io!» gridò Paul. «È stato l’uomo nello specchio! È ancora vivo e… la ucciderà. Se non lo fermiamo la ucciderà!»
Le mani del ragazzo si aprirono in segno di resa: il coltello scivolò a terra. Paul lo raccolse stringendo forte il manico. Doveva farlo lui, non c’era altra possibilità: doveva uccidere l’uomo nello specchio. Tornò verso il divano e lo vide: seduto, il membro ancora fuori dai pantaloni, molle, sporco e schiacciato contro la gamba di Elena. La donna tossì, a occhi chiusi, le cosce aperte in una posizione oscena, una mano sulla pancia e l’altra in mezzo ai seni. Sembrava la copia iperrealista di un dipinto di altri tempi.
«Hai deciso di intervenire?» gli chiese l’uomo nello specchio, boccheggiando dalla sua sigaretta. Lo guardò. Gli sorrise. «Ne sei proprio sicuro, Paul?»
Paul rovesciò il coltello, accompagnando la punta verso il proprio addome. Era pronto a farlo, era pronto a lasciare il suo segno su quel lurido riflesso del male.
«Andiamo, Paul…» sbuffò l’uomo nello specchio. «Hai davvero intenzione di buttare all’aria tutto? Pensaci, dannazione!» Il mostro iniziò a battersi forte il palmo della mano sulla fronte. «Usa quella testa di cazzo per partorire un pensiero buono, uno solo! Pensa a Beatrice: la tua stupidità. Pensa al tuo libro: un tuo vezzo. Pensa a questa donna: il tuo ostacolo. Pensa alla tua arte: la tua unica…»
«La mia unica salvezza…» sussurrò Paul.
La punta del coltello si allontanò dalla carne di Paul per prenderne di mira un’altra.
E affondò non una ma cento volte.


4
Dicembre 2008

«L’uscita del libro sarà un bel regalo di Natale per lei, signor… Ah, la questione del nome. Non ha ancora scelto uno pseudonimo».
Paul alzò gli occhi che aveva tenuto fino a quel momento fissi sul bordo della scrivania. Il suo editor era un tipo squallido, lo si intuiva dalla forma degli occhi: troppo rotondi, troppo veraci.
«Ci sto ancora pensando».
«Bene». L’editor si leccò le labbra e sospirò: «Paul Auster: un nome fantastico. Peccato che non sarebbe una novità. E poi… non parliamo di quell’orripilante pseudonimo che ha usato per quella raccolta di racconti. Paul Meridian. Non avrà mica intenzione di riutilizzare quello, vero?»
«Paul Samaritan. No, ne devo trovare un altro».
«Molto bene. Noi teniamo molto ad aspetti come questo. Io amo definire la faccenda in questo modo: l’estetica di uno scrittore al di fuori delle sue pagine vale quanto la sua estetica incorporata fra le righe».
«È vero» annuì Paul. Ma l’unico pensiero che gli riempiva la testa come aria in una mongolfiera era, ancora, la libidine mal repressa dell’editor. «Tra poche ore le scriverò».
L’editor prese a battere ritmicamente con la penna sulla scrivania. La faccia era sarcastica. «Lei è un tipo strano. Ma ho smesso di interrogarmi sull’anima degli scrittori. Siete dei mostri. E a me va bene così ».
Paul allungò la mano sulla penna stilografica lasciata accanto al foglio che aveva di fronte. Firmò rapidamente il contratto di pubblicazione per L’uomo nello specchio e, a parte, quello per Un discorso esemplare.
L’editor disse: «L’idea… Cazzo, non leggevo qualcosa del genere da anni! Come le è venuta una storia simile?»
Paul si alzò di scatto dalla sedia. Non aveva altro tempo da perdere.

*

Si accese la trentesima sigaretta della giornata.
Il suo appartamento non era più squallido come una volta.
Sul tavolino c’era un libro stampato con la copertina morbida: L’uomo nello specchio. Appena sotto l’immagine di un disperato modello con la faccia tra le mani c’era il marchio dell’editore.
Accanto al romanzo c’era un piccolo libricino: Un discorso esemplare. La copertina era interamente bianca eccetto per un paio di occhi rovinati da un meraviglioso effetto di graffiatura.
A poca distanza dai suoi due capolavori c’era un mucchio di biglietti: erano gli inviti per la presentazione dei suoi libri.
Era riuscito nella sua missione.
Aveva un’ora di tempo per prepararsi.
Andò in bagno e si denudò. Accese l’abatjour che aveva portato dalla camera da letto. Nello specchio non c’era più il mostro. Non l’avrebbe più incontrato in quella cella di vetro.
Si fece una doccia, ne uscì più vivo che mai, afferrò il pettine, si lisciò elegantemente i capelli all’indietro. Lasciò il pettine e sfiorò il rasoio: la barba di sei giorni andava più che bene. Non l’avrebbe tagliata.
Andò in camera. Prese un paio di mutande, una camicia, dei pantaloni eleganti e una giacca nera. Fra i pantaloni e la giacca vi era una leggerissima differenza di tonalità. Ma non gli importava.
Il nuovo Paul Auster se ne fotteva dei dettagli.
Si vestì. Si accese un’altra sigaretta e tornò in bagno per specchiarsi.
Nessuna traccia dell’uomo nello specchio.
Sorrise.
«Hai intenzione di nasconderti ancora per molto?» disse.
Il suo incontro romantico con i suoi riflessi s’interruppe: qualcuno stava suonando alla porta.
Andò ad aprire: un ragazzo dall’aria contrita era sull’uscio della porta.
«Non si viene a casa mia senza whisky» rise Paul.
Il barista del locale si scusò. «Mi hai invitato tu».
«Hai quello che mi serve?»
Il ragazzo tirò fuori dalla tasca interna del giubbino logoro un foglio ripiegato. «È il referto dell’autopsia».
Paul lo afferrò. Era pronto a richiudere la porta. «Altro?»
«Sono stanco, Paul. Non è giusto».
Paul sbuffò annoiato. «Non ricominciare. Le vendite del libro sono già alle stelle. E non l’ho ancora presentato. Avrai i soldi necessari per dimenticare l’accaduto».
«Il tuo è un ricatto!» imprecò il giovane. «Non sono stato io a uccidere quella donna. Tu non puoi…»
La mano di Paul raggiunse la bocca del ragazzo e gliela tappò con forza. «Vuoi farti sentire da qualcuno? Vuoi fare la stessa fine di quella troia?»
Il ragazzo iniziò a scuotere la testa.
«Allora vai». Paul lasciò la presa. «Torna a casa. Fai quello che vuoi. Ma non rompermi le palle. Imparerai a convivere con tutto questo. È solo una questione di abitudine».
Lo sguardo del barista era spaventato. Sì, sarebbe diventato come lui: istintivo, folle, crudele.
Paul richiuse la porta.
Si accese un’altra sigaretta.
Era pronto per la sua prima presentazione.
Mentre era in camera da letto – dove aveva fatto montare uno specchio alto due metri – vide finalmente ciò che cercava.
L’uomo nello specchio. Niente barba, il viso graffiato che ricordava quello di un ventenne. I capelli troppo corti. I vestiti sgualciti.
Lo scrittore nello specchio.
«Eccoti» gli sorrise.
L’omuncolo sorseggiava un whisky, gli occhi bassi, le labbra che tremavano per l’alcolismo incessante.
«Ti trovi bene là dentro?»
Lo scrittore nello specchio alzò gli occhi tristi e sospirò: «Tornerò indietro».
«No, Paul». Toccò lo specchio con le dita, vi lasciò scivolare la cenere della sigaretta. «Non tornerai più. Alla fine è andata così: non l’avresti mai detto, vero? »
Lo scrittore nello specchio batté forte il palmo contro il vetro. «È una punizione?»
«No». Accarezzò il viso dello scrittore riflesso. «È soltanto il mio sogno. È quello che avrei voluto fare fin dal primo momento. Il tuo posto è lì: a scrivere. Il mio posto è qua: a vivere».
I due si salutarono senza parole e senza gesti.
Il vincitore tornò di fronte alla sua scrivania, là dove aveva realizzato L’uomo nello specchio. Là dove aveva scritto Un discorso esemplare, perfido monologo sulla caducità del singolo essere umano e sulla mostruosità della convivenza con le proprie multiple personalità.
Afferrò uno dei biglietti della presentazione.
Il suo nuovo pseudonimo era brillante.
P. A.
Nessuno ci sarebbe arrivato. Nessuno era stato in grado di consigliargli la più facile delle soluzioni: italianizzare quel nome che portava con sé, come una maledizione, da troppo tempo.
E la lingua italiana era la più raffinata, la più promettente. Era la sua arma. Il chiodo pronto per essere conficcato nella carne del genere umano. Con la penna lo avrebbe infilzato a fondo. Fino ai nervi più sensibili. Fino alle ossa. Avrebbe costruito una gabbia inossidabile per tutti loro.
P. A.
Paolo Astori.
Voltando le spalle a quella casa finalmente ordinata, uscì dalla porta controllando l’orologio elegante che aveva al polso.

*

Paolo Astori s’incamminò per le strade di Torino, gli occhi allacciati al mondo esterno, pronti come sempre a scrutare le persone.
Fece una sosta di fronte a un senzatetto. Lo guardò prima con disprezzo, poi con incertezza. Era come lui, d’altronde. Era un essere umano messo di fronte al proprio tormento. Tirò fuori il referto che Dario gli aveva consegnato – aveva in mente uno soprannome, per lui, magari latinizzato: Darius poteva funzionare, il whisky servito da un barista con quel nome sarebbe stato più buono – e lo rilesse con cura: Elena Borghi era stata pugnalata cento volte… più una. Il centunesimo colpo glielo aveva inferto Dario. Lui l’aveva costretto. Era il prezzo da pagare per aver assistito allo scontro decisivo fra l’uomo nello specchio e il suo alter ego.
Dario avrebbe portato con sé quel rimorso fino alle fauci dell’eternità. Ma si sarebbe abituato.
Anche Paul si era abituato e, da bravo controllore del suo folle treno in viaggio, da paziente autore dei suoi impulsi più violenti, avrebbe trovato la rassegnazione di cui aveva bisogno: dallo specchio avrebbe continuato a soffrire e a scrivere, facendo rotolare bottiglie vuote in quell’angolo di disperazione e miseria.
Tirò fuori l’accendino e diede fuoco al referto lasciandolo fra la spazzatura del senzatetto.
«Ti abituerai» disse Paolo Astori al barbone. «Ti abituerai, o morirai».
Voltandosi si sistemò il bavero della giacca.
La sua era un'unica direzione: il trionfo.
Torino lo accolse fra le sue creature. Ma lui era d’una caratura più elevata. Era l’eccellenza. Era il mostro.
Era l’uomo nello specchio che aveva infranto i limiti di una maledizione nata troppo presto.
Uccidendo il suo fantasma debole era diventato finalmente se stesso.

*

«La nostra è stata una lotta basata sui dettagli. E se i dettagli avessero un sesso sarebbe quello femminile. I dettagli sono traditori. Sono vanitosi. Sono tutto quello che hai sempre odiato nel mondo. Eppure sono anche quelli che sei andato cercando fra le righe con la tua penna. È per questo che non lotterai: tu hai bisogno di loro. Hai bisogno di sentirti uno sconfitto per assaporare il gusto del trionfo». L’uomo uscì finalmente dallo specchio. «La tua è una patologia del male, la più raffinata. Io ti aiuterò a vivere, Paul. Se all’alba le tue mani tremeranno ancora, se saranno capaci di scrivere, di sognare, di farti respirare, sarà per merito mio».

L’uomo nello specchio, Paolo Astori, 2008


Era un bambino come tanti. Era istintivo, folle, crudele. Il corpo adulto era solo la parvenza con cui la sua vita si era mascherata. Ma l’illusione era giunta al capolinea. Non poteva più fingere con se stesso. Il suo posto era all’angolo, era nell’ombra. Per questo aveva deciso di sciogliersi in due macchie, di lasciarsi diluire dal mondo: una parte di lui avrebbe sognato in eterno una vita che non esisteva; un’altra parte – quella pronta a incamminarsi per le strade – avrebbe vissuto la vita reale. Fra loro c’era una linea sottile di nervi e dolori. Una linea che, con il tempo, si sarebbe indurita come una giuntura. Fino a fossilizzarsi. Fino a diventare indistruttibile e indistinguibile dal resto. Fino – quasi – a scomparire.

Un discorso esemplare, Paolo Astori, 2008